«Se ti violentassero in mezzo alla strada non mi dispiacerebbe»: Annalaura Princiotto denuncia la violenza sui social

La giovane artista messinese rende pubblico il messaggio ricevuto privatamente su Instagram. Il sindaco Basile: «La condanna deve essere netta e unanime»
«Se ti violentassero in mezzo alla strada non mi dispiacerebbe».
È la frase ricevuta privatamente su Instagram da Annalaura Princiotto, giovane artista messinese, e poi resa pubblica dalla stessa cantante. Una frase che non lascia spazio a interpretazioni e che racconta, in poche parole, quanto possa diventare brutale la violenza quando passa attraverso uno schermo.
Annalaura ha scelto di mostrarla. Non per alimentare altro odio, ma perché questa volta ha sentito che fosse importante far vedere fin dove si può arrivare con le parole.
Una scelta maturata dopo aver letto quel messaggio e aver pensato non soltanto a se stessa, ma anche alle donne che ama e a quelle che potrebbero trovarsi nella stessa situazione senza avere la sua stessa serenità.
La giovane artista conosce bene il rapporto con il pubblico. Ha iniziato a fare questo mestiere da bambina ed è cresciuta tra televisione, musica, social e spettacolo. Sa che esporsi significa inevitabilmente confrontarsi con giudizi e critiche.
E quelle critiche, racconta, le ha sempre accettate.
Ma «esporsi non vuol dire accettare tutto».
È il passaggio che segna il confine. Una critica, anche dura, appartiene al confronto. Parole come quelle ricevute da Annalaura appartengono invece a qualcosa di completamente diverso.
Nel suo lungo sfogo, Annalaura ricorda anche tutto ciò che esiste oltre l’artista che il pubblico vede: è figlia, sorella, nipote, amica, studentessa, lavoratrice, cantautrice e sognatrice. Una vita fatta di persone, affetti e passioni che non scompaiono perché una parte di quella vita viene condivisa pubblicamente.
Ed è proprio questo che la sua denuncia prova a rimettere al centro.
Quando si scrive sui social, dall’altra parte non c’è soltanto un profilo. C’è qualcuno che legge.
Qualcuno che può rimanere ferito.
Qualcuno che può avere paura.
Il messaggio rivolto ad Annalaura ha provocato anche la presa di posizione del sindaco Federico Basile, che ha espresso vicinanza alla giovane artista e condannato con fermezza l’accaduto.
Nel suo intervento, Basile parla di un «atto di violenza gravissimo» e sottolinea che la condanna deve essere «netta e unanime». Un richiamo rivolto non soltanto a chi ha scritto quelle parole, ma a una comunità chiamata a non considerare normale ciò che normale non è.
Il sindaco ha inoltre espresso vicinanza ad Annalaura e a tutte le donne che ogni giorno subiscono odio, minacce e violenza, anche attraverso i social.
Poi una frase che racchiude il senso di una responsabilità che riguarda tutti:
«Dietro ogni profilo ci sono persone e ogni parola porta con sé una responsabilità».
È una responsabilità che non viene meno quando si chiude una conversazione o si spegne il telefono.
La vicenda riporta così l’attenzione su un fenomeno ormai quotidiano: l’aggressività che trova spazio nella comunicazione online e la facilità con cui, dietro uno schermo, vengono oltrepassati limiti che nel confronto diretto forse non verrebbero mai superati.
Annalaura, però, non ha scelto di rispondere con la stessa violenza.
Ha scelto di rendere pubblico il messaggio e di spiegare perché.
«Non per alimentare odio con altro odio, ma per mostrare fino a che punto si possa arrivare con le parole», ha scritto.
E alla fine ha lasciato una domanda che forse vale più di qualsiasi replica:
«Come si può arrivare a scrivere una cosa del genere a un’altra persona?»
Una domanda che resta aperta.
E che, questa volta, merita di non essere fatta scorrere via insieme agli altri messaggi di una giornata sui social.

Related posts